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Bio-bibliografia

Sono nata ad Arezzo, attualmente vivo e lavoro a Roma. Nel 1968 pubblico il primo libro Non me lo dire, non posso crederci, edito da Tèchne a Firenze, città nella quale mi laureo in Lettere Moderne, con una tesi sul poeta peruviano César Vallejo.
La raccolta fu pubblicato da Eugenio Miccini, fondatore nel ‘60 insieme a Lamberto Pignotti, del Gruppo 70. A tale movimento aderivano musicisti, pittori (A. Bueno, Chiari ed altri) attenti ai fenomeni delle comunicazioni di massa e che miravano ad inserire le proprie creazioni in un linguaggio definito all’epoca "tecnologico". Anche se non volli mai aderire al Gruppo, tale frequentazione fu importante soprattutto per la profonda amicizia che da allora si instaurò tra me ed Eugenio.
Nel 1977 esce Ritratto di un amico paziente, Roma, Gabrieli. Nel 1979 Boiter, con Forum, Forlì (romanzo). Nel 1980 Il Cane dei miracoli, Foggia, Bastogi. Nel 1984 L'udito cronico, in Nuovi Poeti Italiani n°3, a cura di Walter Siti, Torino, Einaudi.
Nel 1987 Madrid, Corpo 10, Milano, libro al quale Giovanni Giudici assegnò il premio Russo Pozzale nel 1989.
Questo libro ha il suo motore emotivo in quel sentimento iberico che già da prima costituiva una sorta di coscienza, memoria, attrazione geografico-spaziale. Negli anni anteriori all’87 ho avuto infatti rapporti culturali con varie città spagnole, soprattutto con Salamanca (Cattedra Poetica) e con Siviglia e Madrid. A quell’epoca Leopoldo Maria Panero mi tradusse una raccolta di poesie intitolata La Casa del loco su richiesta dell’editore madrileno Antonio Huerga, Edicione Libertarias.
Alla fine degli anni ottanta abbandonai l’ambiente letterario per dedicarmi al secondo matrimonio.
Dopo la vedovanza - 2000 - ripresi la mia attività, pubblicando Gemello Carnivoro, Faenza, 2002, con i quaderni del circolo degli artisti. A seguito, Macrolotto, Canopo, Prato, in collaborazione con il pittore Ronaldo Fiesoli. All’inizio del 2008 Casa d’ Aquila, edito da Levante Editore, Bari.
Inoltre, proprio in quegli anni iniziai a dipingere ed ho all’attivo svariate mostre collettive e alcune personali.
Il mio ultimo libro si intitola Magnificat (poesie 1969-2009) a cura di Luca Benassi, con introduzione di Stefano Guglielmin, che ripropone antologicamente il lavoro poetico di quarant’anni e comprendente una silloge inedita che dà appunto il titolo al volume.
Fin da sempre collaboro a riviste letterarie sia italiane che straniere, sono compresa in molte antologie della poesia italiana, numerosi testi sono stati tradotti in alcune lingue straniere, soprattutto spagnole, sud americane, tedesche e di lingua inglese.
Resta inedito il dattiloscritto di racconti intitolato Una Magnifica Giovinezza, molto "amato" da Guido Almanzi che tentò inutilmente di farlo pubblicare da qualche importante casa editrice. Parte di questi racconti compaiono in antologie e riviste, anche online.

Avendo cominciato a comporre poesie nella prima infanzia, posso vantare la stima dell'allora vecchissimo Corrado Govoni, Giuseppe Ungaretti poi, nel tempo, di tutto il più significativo ambiente letterario fiorentino da Mario Luzi a Carlo Betocchi, Luigi Baldacci, Oreste Macrì frequentando i caffè letterari Pavskoski, e il caffè San Marco sede allora dei giovani del Gruppo 70. Ricordo con grande affetto la fortissima stima di Franco Fortini, di Giovanni Giudici ed altri. Fino ad arrivare a Giovanni Roboni, Elio Pagliarani, Walter Siti, Remo Pagnanelli, Mario Lunetta, Donato Di Stasi, Marco Ercolani, etc.
Devo aggiungere l’interesse critico molto importante di studiosi della letteratura italiana quali Stefano Guglielmin, il quale ripropose nel suo blog, a mia insaputa, poesie comprese nell’antologia enaudiana, appoggiando così, a livello di web, il mio ritorno nell’ambiente letterario. Sono compresa in alcune sue antologie sullo studio del panorama poetico contemporaneo, quali Divagazioni di Rotta, e Poesia senza riparo.
Compaio (dal 2000) assiduamente soprattutto nei blog di Guglielmin, “Blanc de ta nuque”, di Francesco Marotta, “Dimora del Tempo sospeso”, “Nazione Indiana” e “La poesia e lo spirito”. In tali siti sono archiviati recensioni, mie su altri poeti, testi critici sulla mia poesia, pittura e altri materiali.
Il libro Madrid è consultabile nel sito di Biagio Cepollaro, comprendente i libri introvabili.

Dovessi rivolgermi delle domande in una ipotetica intervista, me ne farei solo due: perché da sempre l’io maschile come soggetto poetico, e perchè la Spagna. Risponderei: perchè la poesia, come ogni arte, rappresenta le nostre infinite possibilità di essere. Uso l'io maschile per sfuggire ad un autobiografismo troppo diretto o insostenibile o retorico in alcuni casi; per una maggiore oggettivazione e discorsività, e chissà per quanti altri motivi. Pur essendo venuto fuori incosciamente durante l'infanzia. Ciò non toglie che i problemi connessi alla condizione femminile mi siano estranei. Verosimilmente maschile, il mio "io" poetico, non ha mai fatto sottrazioni di verità. Ciò che invece ho sempre cercato di sottrarre è l'idea- tempo, evitandola con la sostituzione di luogo-tempo. Anche per questo non ho mai messo date alle mie poesie e in alcuni libri utilizzo composizioni distanti tra loro di dieci o vent'anni. Ritengo che se questo disinteresse temporale regge, ciò sia il segno di una qualità poetica indubbiamente vincente.
Lo "spirito iberico" è spiegabile allo stesso modo dell'io maschile. Rappresenta un altrove d'elezione, la fuga realizzata, la consolazione, così come la musica può esserlo per un pittore o la matematica per un musicista. Con la sola differenza, rispetto alla prima domanda, che qui si ha aggiunta di reale alla verosimiglianza dell' operazione poetica, la quale non coniuga mai vero con verità.

In ogni trascrizione poetica del reale, credo sia importante osservare tutto con l'intenzione di osservare della poesia, e che si arrivi a due conclusioni: a capire che ogni parola è degna di un’operazione creativa, e che la poesia si compie solo se l’autore dispone “naturalmente” di una forma nuova di scrittura. La responsabilità che ci compete non altro né di più. Inoltre così come la prosa ha il compito di semplificare il complesso, la poesia ha la speciale libertà di complicarlo. Beninteso al di fuori di un simbolismo o criticismo, e dando per scontato che la metafora non deve essere un paragone.
Quindi, ogni volta che avvicineremo due situazioni normalmente distanti (metafora), si opererà una sintesi, ma senza intasare intellettualmente il percorso, o abbassarne la soglia o diluirlo ecc.

Ricordo che dettavo a mia madre poesie sognate. Avevo cinque o sei anni, lei non si stupì mai di simili sogni, né della loro frequenza. Devo pertanto a lei la continuità del mio sentimento creativo e il riuscire a crearci dentro, pian piano, un senso profondo di me.
Solo dopo tanti anni ho capito che i versi erano già un preciso modo di pensare, che questo era antisociale, e che mi opponevo a ciò che vedevo tentando di sostituirlo con ciò che sentivo. La mia educazione poetica è quindi stata un' infanzia solitaria, dentro una casa rigorosamente priva di libri, e con la frequentazione, all' esterno, di persone vecchie per la mia età. Avevo, in quelle occasioni, l'idea di imparare la vita al "rovescio". Non mi sono mai preoccupata di scrivere, veniva come se parlassi e i gli altri bambini giustamente mi evitavano. In seguito si interessarono a me maestri, poi professori, presidi, ecc. Non posso perciò parlare di letture importanti o decisive per la mia formazione.
In seguito fui una pessima studentessa e una buona universitaria in materie però che niente avevano a che fare con la letteratura italiana. I libri della mia giovinezza furono esclusivamente letteratura americana o libri di storia naturale; anche lettere di poeti. Riesco a leggere solo prosa. Non ho mai amato le parole “versi” e “poesia”. Avevano ed hanno, per me, il sapore della camomilla o di odori deboli. Penso che la parola "poesia", se nominata, diventa retorica, se definita dall' autore, diventa tautologica. Sarebbe preferibile chiedere a una persona la sua idea del mondo e cosa pensa di farci vivendo. Tutto questo per dire che se un essere umano, nella sua prima percezione cosciente della realtà, ha di questa una visione ostile; se egli la esprime a suo modo, e se tale modo convince qualcuno, poi molti. Se continua negli anni sostituendo quel suo mondo iniziale ad altri mondi "scontenti" e produce libri restando sempre fedele a se stesso, questi è un artista.


Per omaggio a mia madre Lina inserisco “Ottetto per madre" tradotto in inglese dall'Università americana John Cabot di Roma. (È compreso nel libro Casa d’Aquila).

 

Ottetto per Madre


Il Panda

Senza pace, con pena e senza girarmi
mai, pestando
mica pepe o caffè ma gardenie, io amo
la mamma e i topi; li metto insieme chissà
perché. O ancora, Perché volere bene a quel
modo? Spezzato così in due, collo in già,
polvere senza cerniere, bottone, qualcosa.
Sempre
senza girarmi. I Perché chiarendo la vita ai
tranvai, alle piante. Lei, pura,
mi dà
questa riserva di bambù. Nient'altro.
Poi via. Io
su, che l'ho addosso oramai e non posso
schivarla, pestarla nemmeno, mettendo
con cura ogni piede tra l'erba.

2

Si fa sabbia così, si sfalda
al vento di casa mia. Accusa
altre cose deboli, la cecità, per
esempio. Io non so
cosa dire quando siede su me come
fossi cemento. Oppure
vola, ci credo, va via, si stende
altissimamente e in largo. La
guardo con quella
paura dei nani per un monumento.

3

Lei ora elegante, vistosa come le madri, si stacca dal
niente e ride. Qualcosa
dei venti, d'urgente, una fuga, un ritorno, mi lega
a lei che darei
tutto il corpo per quella risata.
E' salita
col petto in su verso l'estasi delle nubi,
a quella distanza più nere che altro; poi
È scesa; pioveva. Ha
saltato la corda coi piedi fiammanti di santa e al collo
perle vere.

4

La vecchia Lina è caduta, cantando, di
schiena, com'una forza muta d'un tratto
cedesse, togliendo le staffe dietro. Era a cavallo e
sbatte in terra. Si prende
al viso tirando invano le cataratte. Eccola
lì, la vecchia canina mamma.

5

Una donnina tutta lepre, sveglia,
s' accontenta della giornata e beve acqua
com' una spugna. "Ehi!, non ho mica cent'anni
per aspettare che te ne vada! Sembri Lazzaro".
Più tardi
sfoneremo i capelli alla sera. Rivede
tante cose crollare per un capello, saranno
persone, cose, non sa, ma non meraviglia
che resti il sughero ancora sulla bottiglia
del fumo. Ce la passiamo
a vicenda. Anche la
città s'incendia ai suoi piedi ora
ch'è buio e lei evapora sulla
pira, entrando in me con gas
letale. Siringa. Chiudo
in tempo col tappo il foro,
e niente è più bello qui: lo
sguardo di lei sull'anello al dito, su
me, poi qualcosa di buono, la stufa, quel
caldo oramai più fratello d'un uomo.

6

Potrei tirar su con le mani
tutta l'acqua del mare. Anche più. E
attraverserei il fuoco da qui a lei in questo
oggi frocio. L'hai
vista l'altro giorno com'era? Piccina. Tutto il
mondo piccino. Le rotaie del destino oramai
fanno clic. Ma lo sai
quanto costa un'ochetta così? Che
sotto terra, dopo le cene, il quadrato di tanta insonnia,
con lei persino
lì starei bene.

7

Volano gli spiriti affettivi di qua e di là su
noi paurosamente soli, salvati
allora dalla coltre ch'ha parato
il salto. Quel
cinema o quella morte la ribeviamo in
piedi nei ricordi di lei ogni sera. Ossessivi.
E' per me esplosione sull'intera linea di fuoco,
perché troppo volano gli spiriti affettivi, bruciati
come cera dal fosforo.
Penitenza
Vera, quei canti della mamma al suolo che
cantilena ginocchioni senza memoria.

8

RICHTER
Ancora
scale richter. Fuori il sole
fa foia. Ma qui! muore la
mamma com'un uccello. Pari dignità. Bisogna
dirlo che sta andando via. E' tutta
nel becco, tutta lì, tutta vecchie
penne senza più cervello.
Non vi capiti mai d'essere misurati;
tanto
è l'ardore tra noi. Più
liturgia di dolore sacro, con scranni
cerebrali e vesti da cerimonia; chiusi
sempre tra le pareti come mosconi.
Sono
Poco e troppo le cose che vi posai con le mie
Ali: tappeti celesti e candelabri vuoti. Anche
dentro l'esilarante Richter, che assuefà
perdio, metà
come sono, ho sete, ma non
bevo io disegni divini mai
innocui.

 

Octet for a mother

Panda

Restless, painful and without ever turning round, crushing certainly not pepper or coffee, but gardenias. I love mum and rats; I put them together who knows why. Or again, Why love that way? Thus broken in two, neck down, dust without zipper, button, anything. Always without turning round. The Whys making life clearer to the streetcars, or to plants. She, pure, provides me with this supply of bamboo. Nothing else. And then away. I go up, carrying her myself by now, and can't drop her, nor crush her, while I carefully place each foot between the blades.

2
This is how sand is made, crumbled by my home wind. It reveals other weak things, for instance blindness. I don't know what to say when she sits on me as if I were cement. Or she flies, I believe it, away she leaves, she stretches out and up and all around. I watch her with that fear dwarfs have for monuments.

3
She, now elegant, showy, like mothers are, she comes out of the blue and laughs. Something windy, urgent, an escape, a return binds me to her I'd give my whole body for that laugh. She rose chest outward, toward an ecstasy of clouds, from that distance blacker than not; then she descended; it was raining. She skipped rope, with her blazing saint's feet and real pearls around her neck.

4
Old Lina fell down, while singing, on her back, as if a dumb force had suddenly collapsed, drawing back the stirrups. She was riding and now she hits the ground. She grabs her own face, pulling in vain her cataracts. Here she is, my old dog-like mother.

5
Little woman like a hare, awake, content with the day, she drinks water like a sponge. Hey, I hardly have a hundred years to wait for your departure! You look like Lazarus. Later we shall dry up the hair in the evening. She sees many a house collapse for a hair's sake, they are people, or things, she can't tell, its not surprising that the cork still stays on the bottle of smoke. We pass it to one another. Even the city burns at her feet now that it's dark and she evaporates on the funeral pyre, entering me with lethal gas. A syringe. Just in time I shut the hole with the cork, and nothing is more beautiful here: her gaze on the ring on her finger, on me, then something good, the stove, and that heat, more brother than a man, by now.

6
I could gather all the sea water in my hands. And more. And I would cross the fire from here to her, in this queer today. Did you see how she looked the other day? Tiny. All the world is tiny. By now the railtracks of destiny click. Do you know what such a chick will cost you? Even underground, after the dinners and the square root of so much insomnia, even there I'd feel good with her.

7
Love spirits fly here and there over us fearfully alone, saved then by the blanket breaking the fall. Standing, we drink that cinema or that death again each night in her memories. Obsessively she is a blast along the line of fire, because love spirits fly too high, burned up like wax by sulphur. Real atonement those chants of my mother kneeling on the ground in oblivious sing-song.


8
Richter
Richter scale again. The sun outside sends me in a heat. But here! Mum dies like a bird. Same dignity. Il must be said she is leaving. She's all beak, all there, old feathers without a brain. That you never be measured; so great is the fervour between us. More liturgy of sacred suffering, on cerebral pews and ceremonial robes; shut in by walls like bluebottles. Too little and too much is what I lay down with my wings: celestial carpets and empty chandeliers. Even inside the exhilarating Richter, who damned habituates I'm the half of myself, I'm thirsty, but I don't drink divine plans never innocent.

 
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